Le Rane di Mo Yan

Le Rane di Mo Yan

Premio Nobel per la letteratura nel 2012.

 

giovedì 28 e venerdì 29 aprile ore 20.30

Lo spettacolo è frutto del Laboratorio di Teatro Cinese creato all’Università Degli Studi “L’Orientale” di Napoli da dieci anni nell’ambito dei corsi di Lingua e Letteratura Cinese della prof.ssa M. Cristina Pisciotta. Nato come sperimentazione di glottodidattica, il progetto si propone di realizzare un insieme  di obiettivi: la divulgazione della cultura cinese in una città come quella di Napoli di antica tradizione orientalistica e contribuire alla difficile integrazione delle comunità cinesi sul territorio, offrendo loro un’opportunità di dialogo con l’ente  che si occupa della formazione di personale specializzato nel settore orientalistico. Il teatro contemporaneo è sicuramente il genere più adatto sia per veicolare l’insegnamento della lingua che per capire dall’interno i problemi della società, come del resto provato nelle più avanzate università del mondo.La sperimentazione condotta ha portato alla realizzazione di dieci spettacoli teatrali, tutte prime assolute in Italia e in Europa (L’Altra Riva, La bibbia dei monti e dei mari, Gesù Confucio e John Lennon, Rinoceronti in love, La via del cavolo, Il crematorio (Vivere o morire?), Mezzanotte all’Havana Caffé, Le cronache di Sangshuping, 48-morto che parla, Per un pugno di azioni), messi in scena dagli studenti dell’Orientale alternando la lingua italiana e la lingua cinese, in modo sempre comprensibile  al pubblico di entrambe le nazionalità. L’edizione di quest’anno si avvarrà della regia di Lorenzo Montanini che ne ha curato anche l’adattamento. Il regista ha diretto il Laboratorio di Teatro Cinese presso l’Università degli Studi “L’Orientale” fin dalla sua creazione. Unica di questo genere in Italia, la sperimentazione non solo ha dato risultati didattici sorprendenti, ma è stata accolta con grande interesse sia dagli ambienti accademici che dai media (per la televisione: Tg 1,2,3; rubrica di approfondimento teatrale di Rai 2, rubrica sul teatro di Rai news 24, numerosi canali locali, documentario Cine tempestose. Per la radio: radio rai 3, radio 101, radio locali. Per la stampa: maggiori quotidiani nazionali e locali) Gli spettacoli messi in scena al Teatro Stabile di Innovazione Galleria Toledo hanno poi partecipato al Festival del Mediterraneo dell’Estate Romana con grande successo di critica e di pubblico e sono stati selezionati fra gli eventi di “Italia in Cina” del 2007. Gli spettacoli sono stati inoltre invitati per due anni consecutivi (2008- 2009) dalla prestigiosa Accademia Teatrale di Shanghai per il Festival Internazionale di Teatro e segnalati dalle più prestigiose riviste cinesi del settore. Lo spettacolo di quest’anno del nostro Laboratorio è stato invitato a partecipare al Fringe Festival Internazionale di Pechino (sett. 2016) diretto dal celebre drammaturgo e regista Meng Jinghui. Quest’anno sarà presente il Tg 2. L’autore ha inviato dalla Cina un messaggio di augurio e partecipazione. Lo spettacolo è dovuto soprattutto alla sponsorizzazione dell’Istituto Confucio oltre che dal Banco di Napoli-Fondazione. Mo Yan, premio Nobel per la letteratura nel 2012, collegato dalla critica cinese alla “letteratura delle radici” e a quella del “realismo magico”,nasce nel 1955 a Gaomi, teatro di quasi tutta la sua narrativa, da una famiglia di contadini poveri e a venti anni si arruola nell’esercito. Con la straordinaria materialità del suo immaginario, la sua concretezza visionaria, l’alienazione tragica ed estrema dalla società, dalla famiglia, dall’esistenza, Mo Yan ci porta a percepire la realtà in modo fisico e quasi doloroso, facendo emergere la memoria di una civiltà millenaria non più idealizzata ma vissuta in tutta la sua brutalità. Le rane (romanzo e testo teatrale), scritto nel ???, riesce a cogliere un intero paese in un passaggio storico attraverso un personaggio epico e tragico:Wan Xin. Tutti i bambini della regione di Gaomi sono venuti al mondo grazie a Wan Xin, l’unica levatrice della zona, che nella percezione popolare diventa l’amata custode dei segreti della maternità. Ma quando, a metà degli anni sessanta, il partito è preoccupato per l’esplosione demografica e decide di porvi rimedio, Wan Xin diventa la severa vestale della politica per il controllo delle nascite e si applica a praticare aborti e vasectomie con lo stesso zelo con cui portava al mondo nuove vite. Col passare degli anni, la violenza repressiva si allenta e Wan Xin vede crollare gli ideali che avevano messo a tacere la sua coscienza. Le rane, il cui ideogramma è omofono di neonato, diventano così nel romanzo la potente metafora di quei bimbi mai nati. E’ raro che uno scrittore sappia fondere romanzo occidentale e tradizione cinese, cinema e teatro, letteratura fantastica e realista. Ne Le rane di Mo Yan c’e’ tutto questo: i toni del grottesco si fondono con il realismo crudo, sociale e “magico” della storia. Personaggi realmente esistiti convivono con figure di fantasia e la realtà e gli incubi della protagonista si mescolano fino a perdere i rispettivi confini e a fondersi in un unico racconto. I bambini, per fame, mangiano il carbone fino a farsi diventare neri tutti i denti, le donne partoriscono con l’aiuto delle “mammane” che praticano riti magici e saltano sulla loro pancia se il parto e’ difficile, Wan Xin fugge da uno stuolo di rane che si moltiplicano fino a diventare centinaia di migliaia e la inseguono, le strappano i vestiti e la lasciano nuda tra le braccia di un vecchio artigiano della creta che la sposa e le costruisce statuette di tutti i bambini che non ha fatto nascere. Abbiamo allora provato a costruire uno spettacolo leggero e crudele, in cui tutti i fatti della vita umana fanno parte del grande mosaico degli eventi della Natura, in cui si muore e si nasce senza soluzione di continuità, in cui le donne sono sempre seconde agli uomini che cercano a tutti i costi, nonostante la politica del figlio unico, di avere l’agognato erede maschio. Accanto alla storia, ricchissima di eventi e personaggi, abbiamo costruito una partitura fisica, nella quale, come nel romanzo, tutto funziona come in un grande concerto di movimenti, colori, musica, maschere, suoni e parole. Gabriel Garcia Marquez scrive : “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda per raccontarla.”

Studio sulla Voracità

Spettacoli teatrali

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HAMM-LET / Studio sulla Voracità

13-14-15-16 aprile 2016 – Galleria Toledo / Napoli

Progetto “Trilogia dell’Individuo”
Regia di Giorgia Cerruti.
Con Davide Giglio, Giorgia Cerruti, Federica Carra.
Uno spettacolo di Piccola Compagnia della Magnolia.
Con il sostegno di Sistema Teatro Torino e Provincia
in collaborazione con
Théâtre Durance / Scène Conventionnée (Paca – France)

 

 

In occasione dell’anno shakespeariano, la compagnia torinese di teatro di ricerca Piccola Compagnia della Magnolia riallestisce per il debutto napoletano la creazione Hamm-let / Studio sulla Voracità, fortunata coproduzione italo francese che debuttò nel 2011 al Festival delle Colline Torinesi. HAMM-LET ovvero Amleto, Gertrude, Ofelia e il sentimento dell’Amore quando oscilla tra le pulsazioni dell’innamoramento e il vizio della possessione.

HAMM-LET / Studio sulla Voracità è uno spettacolo sull’ Amore quando l’Amore è cortese, spietato, vorace, quando è agli inizi e sembra per tutta la vita ma poi un tradimento arriva a negarne l’esistenza, quando l’Amore diventa sfrenata ed incestuosa lussuria, quando si ride d’amore e ci si sente immortali, quando Amleto è il frutto della Donna e dalla donna è divorato, quando non si dovrebbe mai parlare d’amore perché le parole tradiscono e l’intelletto cristallizza il nostro umano sentire in maniera ineluttabile.

Lo spettacolo è frutto di un’ elaborazione che attraversa le parole di Shakespeare, Muller, Laforgue, Pasi, Moscato. Le suggestioni rispetto all’ambiente, ai costumi e all’ “aria che si respira” arrivano dal teatro giapponese, dall’opera barocca ma anche da un mondo sacro, quasi che il regno di Hamm-Let fosse una cattedrale in rovina tra macerie di debordante femminilità.

Proseguendo il lavoro della compagnia sull’antinaturalismo e sull’artificio come devianza dal verosimile, ecco che i corpi tesi, le voci deformate, la scomposizione gestuale si sposano alla ricerca sui costumi e sul trucco fornendo l’accesso ad uno spettacolo poetico e crudele, dove si affonda nella carne viva, dove ancora e sempre sia l’emozione a veicolare il senso.

 

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