Sei Vie per Santiago

Sei Vie per Santiago

 

Per molti secoli, la gente ha viaggiato dalla Francia fino a Finisterre, la fine del mondo allora noto, lungo il Cammino di Santiago.
Chi come pellegrino per fede, chi alla ricerca di una propria crescita spirituale ed interiore. Non e assolutamente un’impresa semplice, e
nonostante questo solo nel 2010 più di 270.000 persone hanno tentato questo arduo ma meraviglioso cammino di cinquecento miglia.
Sei Vie per Santiago e un’esperienza di immersione totale che cattura e racconta le prove e le difficoltà che sei moderni pellegrini
affrontano durante l’antico percorso, del Cammino di Santiago.
I protagonisti del film sono persone di diversa età (dai sette ai settantatre anni), nazionalità, cultura e costumi.

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Documentario

venerdì 5 maggio ore 20.30

biglietto 5 euro

Wayne ha 65 anni, ha perso da poco la moglie. Cammina con Jack, 73 anni, il prete episcopale che ha celebrato il funerale.
Misa è danese, sportiva, competitiva. Pensava che avrebbe voluto camminare da sola, ma poi ha incontrato il canadese William, che ha il
suo stesso passo veloce, e non si sono più seprati. Annie viene da Los Angeles, il ginocchio le fa male, la fatica la fa piangere, ma
smettere sarebbe ancora più doloroso. E poi ci sono Sam, dal Brasile, in piena crisi esistenziale, Tomas, che non sapeva se fare kite-surfing
o intraprendere il cammino, Tatiana, di 26 anni, fervente religiosa, con il fratello ateo e il figlio Alexis, che di anni ne ha 3, ed è il più
giovane della compagnia.
Il cammino di Santiago di Compostela è lungo quasi 800 kilometri e attraversa il Nord della Spagna per terminare nell’Oceano a Finisterre.
Non è un’impresa semplice, eppure sono secoli che le genti di ogni dove lo percorrono. Molti partono con una domanda nel cuore, perché in
quello spazio e in quel tempo, immersi nella natura e segnati dalla fatica ma anche dall’emozione, il confronto con se stessi è inevitabile e spesso illuminante.
La regista lo ha fatto nel 2008, dopodiché, al ritorno a casa, la stessa “chiamata” che l’aveva messa sulla strada spagnola la prima volta, l’ha indotta
a tornare per documentare il pellegrinaggio di altre persone. Il suo approccio è profondamente umanistico: il paesaggio ha ovviamente il suo spazio, ma
non è alla sua contemplazione che si dedica il documentario. Allo stesso modo, la geografia del percorso, la pittoresca burocrazia dei timbri, il cibo e
le messe, finiscono inevitabilmente nelle riprese di Lydia B. Smith ma non viene concesso loro uno spazio autonomo. Al centro, dall’inizio alla
fine, ci sono le persone (le sei che ha scelto al montaggio, dopo averne seguite più del doppio per un totale di 300 ore di girato).
Piove, fa freddo, oppure il sole brucia in testa e sulle spalle, le vesciche sono causa di dolori atroci, la febbre può allettare per un po’, ma
ogni giorno è diverso, ogni tratto è diverso, e questo cambiamento, di sfondo e di umore è in fondo una metafora della vita, e si va avanti nonostante
tutto, sperimentando difficoltà e gioie a fasi alterne, in vista della ricompensa finale, in autostima e significato.
Dal film della Smith emerge bene un piccolo paradosso: quello che s’intraprende, anche se non sempre in solitaria, come un viaggio individuale, alla
ricerca di sé, della risposta che probabilmente abbiamo già dentro ma dietro una nebbia troppo fitta per riconoscerla, si trasforma quasi sempre in
un’esperienza di condivisione e di collettività. Il Cammino, sembra dire il film, in un modo o nell’altro, ti sorprende. Ed è in questo sovvertire
le aspettative che il Cammino incontra la vita e anche il cinema.

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LASCIATEMI SOLA

Sara Bertelà si cimenta in una nuova straordinaria prova d’attrice confrontandosi con un piccolo romanzo di rara intensità..
“Lasciami sola” è la preziosissima eredità di Marcelle Sauvageot, un Commentaire diventato caso letterario, alla sua prima uscita editoriale nel 1934, che interessò e commosse grandi intellettuali francesi ; Paul Claudel, Clara Malraux, Paul Valery rimasero toccati dall’intensità di questo grido di dolore puro e senza tempo che partendo da un’esperienza esistenziale autobiografica si trasforma in testimonianza lucida e straziante su grandi temi come l’amore, la morte, l’amicizia e la gelosia.
Una giovane donna ricoverata in un sanatorio da dove forse non uscirà più, apre una lettera del suo amante: poche parole lapidarie con cui lui le annuncia che sposerà un’altra e le offre in cambio la sua amicizia. A questa sentenza senza appello Marcelle Sauvageot risponde con una sorta di commento , di riflessione sotto forma di monologo in cui spietatamente si interroga scandagliando con coraggio e lucidità il mistero dei sentimenti più intimi , illuminando nel dolore e nel desiderio di amore assoluto le ragioni profonde dell’alterità tra due esseri umani, senza pietà per se stessa e per l’altro. “ Certo che voglio perdere la testa, ma voglio cogliere il momento in cui la perdo, e spingere la conoscenza più lontano della coscienza che desiste. Bisogna essere presenti alla propria felicità”.

Attorno a questa esplorazione dei sentimenti dura, impietosa, lacerante, Sara Bertelà con la collaborazione di Paola Donati regala uno studio che va oltre la parola mettendo in scena una affascinante “partitura” che attinge alla musica e dunque al linguaggio del corpo. Il tutto punteggiato dalle note di un violoncello suonato dal vivo.

Marcelle Sauvageot
Cresciuta in una famiglia della Lorena, Marcelle Sauvageot si trovava nella condizione di “rifugiata orientale”, espatriata durante i tumulti della Prima guerra mondiale. Si trasferì successivamente a Bar-le-Duc, Troyes, poi Parigi e Chartres, prima di rientrare nella capitale alla fine del 1918, dopo l’armistizio.

Fu in quel momento che incontrò René Crevel (1900-1935) e Jean Mouton (1899-1995), entrambi “Sorboniani”, ai quali si legò con una profonda amicizia. In seguito si trasferì a Charleville per insegnare Lettere.

La tragedia colpì Marcelle Sauvageot nel fiore degli anni. Ha solo venticinque anni quando si ammala di “peste bianca”, la tubercolosi, e quando ha inizio una serie di lunghi ricoveri in sanatorio. È proprio nell’ospedale di Tenay-Hauteville, nell’Ain, che compose “Lasciami sola”, sua opera unica. Più tardi si trasferì a Davos, in Svizzera, dove morì pochi anni dopo.

 

11 – 14 maggio 2017
Nidodiragno con Fondazione Teatro Due di Parma
Sara Bertelà
in
Lasciatemi sola
tratto dal romanzo di Marcelle Sauvageon
cura di Paola Donati
adattamento di Sara Bertelà e Danilo Macrì

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SDISORE’

Milano in questi anni sta cambiando la propria identità, si sta aprendo al mondo e sta cercando una dimensione metropolitana. In questo dinamismo diventa ancor più interessante il desiderio di confrontarsi con un autore che della ricerca e della contaminazione ha fatto il suo tratto distintivo. Giovanni Testori parte dalla propria identità, dalla propria storia, di cui Milano è sempre stato il centro, per creare commistioni con diversi generi e suoni e porta alla luce una nuova lingua e nuovi suoni, derivati da un dialetto che non si usa più, ma che assorbe i francesismi e i modi di dire che ci rimandano ad un ascolto diverso, profondo, di attesa.

SdisOre’ ripercorre la strada della riscrittura delle grandi tragedie, già sperimentata da Testori con Ambleto, Macbetto e Edipus.
L’Orestea di Eschilo diventa materia plasmabile da reinventare radicalmente, per affidare ad un narratore monologante il tormento di Oreste, le voci e i corpi di Clitennestra, Egisto e Elettra. Centro del testo è la parola incarnata che genera ogni volta una lingua nuova, dove il dialetto lombardo è solo il polo d’attrazione al quale si legano lingue vive e inventate (francese, spagnolo, inglese, latino).
Un solo attore in scena da’ vita a tutti i personaggi, ma continua a fermarsi per far emergere la sua storia, perché solo partendo dalla nostra identità si può far emergere quella altrui. Oreste torna a casa per vendicare il padre Agamennone, ucciso da Clitennestra e dal suo nuovo “ganzo”, Egisto, che ora ne usurpa il trono. Accompagnato dall’amico Pilade, trova ad attenderlo alla tomba di Agamennone la sorella Elettra.
Ancora una volta Testori sposta il contesto della tragedia: dalla reggia degli atridi siamo calati nel cuore della provincia Milanese, suo amato paesaggio natale. Da qui discende una tragedia “un po’ da stalla” – come lo definì lo stesso autore – molto cruenta, ma anche divertente e comica per l’espressività del linguaggio.
L’intreccio è lo stesso della tragedia eschilea fino a virare bruscamente poco dopo la metà: «per questo lo chiamo sdisOre’, perché la negazione si fa totale». Dopo l’assassinio, perde il coraggio e dice «in due mi divisco»: l’eroe quindi rinuncia alla giustizia civile, all’assoluzione di Atena e dei cittadini e mentre la voce di Oreste lentamente sfuma in quella dell’autore, lo spettacolo finisce nella ricerca di una coscienza comune, nell’attesa di un perdono.
Il Testo

SdisOre’ è l’estremo omaggio di Testori alla carità salvifica. Omaggio che acquista ancora maggior valore dalla diversità profonda tra la riproposizione e il modello offerto dalla tradizione tragica. L’eroe portatore della carità che salverà il mondo ha qui tanto più efficacia di esempio in quanto oltre che staccarsi dalla massa corrotta e degradata dell’umanità, in modo da vederne il marcio e cercare rimedio, si distacca in modo provocatorio da secoli di tradizione, tanto da rinunciare al suo nome e alla sua identità mitica. Questo è quello che accade allo scarrozzante-Oreste alla fine del suo monologo drammatico: il filo della vendetta, dopo essere stato teso nel corso del dramma con l’aiuto dell’enfasi sulla negatività della figura di Clitemnestra, si spezza improvvisamente mediante l’affidamento ad Oreste, eroe della vendetta per eccellenza, un messaggio di misericordia. Oreste, una volta compiuto il duplice assassinio, si pente rinnegando il «gran macello» in nome di concetti del tutto nuovi che non appartengono al «grechico vucabular»: il perdono e la carità. Il capo della città di Argo chiede ad Oreste di andare in esilio lontano e di rinunciare insieme alla sua terra e ai suoi diritti anche al nome che gli è stato assegnato.
SdisOre’ rinuncia alla sua tradizionale identità, ma il suo sarà forse un viaggio verso una nuova più vera identità. La «granda e sacra vela» di Oreste prende il largo nel tramonto e si sente nell’aria l’attesa della comparsa del «remador atteso» che sappia condurre l’umanità ad un diverso approdo.
«Invoco te, scrivan o narrator che sei» con queste parole il personaggio di Egisto si rivolge all’autore.
Anche in altri monologhi teatrali di Testori con i quali mi sono già misurato (Cleopatras e MaterStrangoscias), i personaggi si rivolgevano all’autore, ma la cosa rimaneva nell’ambito di una ludica metateatralità. Si trattava di personaggi in cerca di un autore il cui ruolo, nei loro confronti, si confondeva con quello divino e l’autore restava così, lontano e artefice del suo ironico distacco.
Qui al termine scrivan si aggiunge narrator dove però narrator non appare come semplice sinonimo di scrivan dal momento che il narrator è concretamente presente sulla scena ed è proprio lui a dare corpo a quegli stessi personaggi che lo invocano. Nella figura del narratore, i personaggi sono già pertanto presenti, ma lì è anche presente l’autore del cui pensiero il narratore si deve fare pienamente carico.

Il narratore è il corpo dell’autore che rivive materialmente, attraverso di lui, i tormenti, le angosce e le debolezze di una umanità stolta e crudele, ma pur sempre unica e insostituibile. Le rivive come un gioco che pian piano si trasforma in sorpresa per lui e per chi lo ascolta. Una sorpresa culturale già scritta nella mente di chi l’ ha scritta e nuova per colui che sulla scena è delegato a scoprirla per noi. Ne viene un gioco a doppia mandata dove colui che ci racconta la storia ne scopre il succo proprio nel momento in cui ce la consegna e, in più, scopre di doverla fare sua perché è di fatto sua anche se lui stesso la sta rendendo pubblica mentre se ne chiarisce gli snodi.

L’autore coincide col narratore, ma per la natura stessa del Teatro, anche l’attore viene a sua volta a coincidere col narratore. In tal modo si presenta come il terzo della gerarchia e deve cercare di “capire” (come solo un corpo in balia del Teatro può capire) le pulsioni, i crucci, i segreti dell’autore per farceli rivivere attraverso il racconto del suo apprendistato esistenziale.
L’attore, quindi, giocando con gli arditi funambolismi di una lingua densa, colta, popolare e teatrale, si trova a fare i conti con una materia che ha poi invece, proprio nell’essere raccontata, la sua origine e il suo rendiconto.
L’attore/narratore deve dunque mettere in atto tutti gli elementi che lo aiutano a rivivere, nel rapporto rituale ironico e commosso col pubblico, le tappe di un processo che ci porterà lontano. A partire da una struttura di rapporti già consegnateci dalla classicità con le sue brave contraddizioni, sviluppa, nella lucidità dell’analisi, nella partecipazione alle miserie dei personaggi, nella complementarietà dell’elemento musicale, in uno spazio allusivo tra Adda e Ade, un percorso alla disperata ricerca di una soluzione in grado di spostare l’attenzione della nostra esperienza «da un senso ad altro senso». Un viaggio che il narratore auspica nel Teatro e quindi nella coscienza sua e nostra dove ogni volta, ad ogni tappa, ad ogni incontro, «l’istessa mai più serà».( Gigi Dall’Aglio).

 

25 – 30 aprile 2017
Il teatro degli Incamminati
SDISORE’
di Giovanni Testori
regia Gigi Dall’Aglio
con Michele Maccagno
musiche composte ed eseguite dal vivo da Emanuele Nidi

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ORARI SPETTACOLI
martedì 25: ore 20.30
mercoledì 26: ore 20:30
giovedì 27: ore 20:30
venerdì 28: ore 20:30
sabato 29: ore 20:30
domenica 30: ore 18:00

BIGLIETTI:
intero 15 euro
ridotto 12 euro [per convenzionati e over 65] giovani under 30 10 euro
CARTA FELTRINELLI
Biglietto d’ingresso ridotto € 12 anziché € 15
CARTA PIU’ e CARTA MULTI PIU’
Biglietto d’ingresso ridotto € 10 anziché € 15
Presenta la tua carta al botteghino

E’ possibile riservare telefonicamente o via mail.
Il ritiro del biglietto prenotato deve essere effettuato 30 minuti prima dell’inizio dello spettacolo, salvo diversa comunicazione.

convenzionati con
Supergarage
via Shelley 11 – Napoli / t. +39 0815518708

 

 

 

 

COME IL MARE IO TI PARLO

“…Francesco Paolo Tosti, quando era in vena, faceva musica per ore ed ore senza stancarsi, obliandosi dinnanzi al pianoforte, talvolta improvvisando, con una foga e con una felicità d’ispirazione veramente singolare. Noi eravamo distesi o sul divano o per terra, presi da quella specie di ebrietà spirituale che dà la musica in un luogo raccolto e quieto….”

Così D’Annunzio, sulla “Tribuna” del 12 gennaio 1888, coglie l’atmosfera nella quale fiorì la romanza da salotto, quella petite chanson che negli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento aprì la strada alla canzone italiana moderna, e che trovò in Tosti il suo massimo esponente.

Tosti e D’Annunzio: un incontro fecondo che dà vita a un pregevole repertorio nel quale ciascuno dei due sente di esplorare con libertà strade non ancora percorse.

In occasione dell’anniversario della morte del compositore, questo programma è un omaggio alla lirica tostiana su testi di D’annunzio, un repertorio arricchito da una serie di brani inediti di recente ritrovamento (si ringrazia in particolar modo l’Istituto Tostiano di Ortona) per violino o flauto (una sostituzione la cui pratica era piuttosto diffusa nell’Ottocento) e pianoforte, per pianoforte solo ed arrangiamenti del compositore stesso di brani vocali con accompagnamento di pianoforte e violino/flauto.

Come il mare io ti parlo non è solo un concerto, ma un viaggio nel ‘sogno’ dannunziano attraverso le sue liriche e un breve accenno ad uno dei rapporti più controversi della prima metà del Novecento: la relazione d’amore tra Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio. Un amore tormentato, sviluppato in un rapporto di dipendenza reciproca, vissuto con profondo senso dell’assoluto e dell’abbandono al sentimento amoroso, di cui ci resta un copioso carteggio. Paradigma dell’energia che per il poeta deflagra nell’Arte:

“Poiché tu sei la sola rivelatrice degna di un grande poeta, è necessario – dinanzi alle sacre leggi dello Spirito – che tu dia la tua forza alla mia forza – tu Eleonora Duse a me Gabriele.”

Il ‘sogno’ è il fil rouge per essere ‘racconto nel racconto’ in una sorta di ‘concerto altro’ che sconfina nel teatro da camera nel quale si intrecciano la lirica tostiana, l’ispirazione del poeta e gli attimi folgoranti di una storia d’amore.

 

14 novembre 2016 –  ore  20,30

Progetto Contemporanea Pac 3.3 *

Musica Millemondi

COME IL MARE IO TI PARLO

testi di  Gabriele D’Annunzio a cura di  Giuseppe Marini

musiche di  Francesco Paolo Tosti

con  Giuseppe Auletta  – Tenore

Ginevra Petrucci  – Flauto

Giovanni Auletta  – Pianoforte

Giuseppe Marini  – Voce recitante

 

 

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