LE BRACI

Dal 16 al 25 febbraio 2018 (escluso lunedì 19)

il Teatro coop. produzioni /Galleria Toledo
LE BRACI
dall’opera di Sándor Márai
adattamento Fulvio Calise
drammaturgia e regia Laura Angiulli

con Renato Carpentieri e Stefano Jotti
scene Rosario Squillace
disegno luci Cesare Accetta

illuminotecnica Lucio Sabatino
responsabile di scena Luigi Agliarulo
aiuto regia Serena Sansoni
assistente scenografo Lorenzo Crisci
Segreteria Francesco Maccarrone Angelica Simeone Roberta Tamburrelli
Comunicazione Lorenza Pensato Lavinia D’Elia Giulio Grasso

 

“Quando il destino, sotto qualsiasi forma, si rivolge direttamente alla nostra individualità, quasi chiamandoci per nome, in fondo all’angoscia e alla paura esiste sempre una specie di attrazione, perché l’uomo non vuole soltanto vivere, vuole anche conoscere fino in fondo e accettare il proprio destino, a costo di esporsi al pericolo e alla distruzione…” (S. Márai)

Vi è un segmento letterario che riflette sul senso della vita, sul destino e sull’incomunicabilità tra gli individui, temi che animano la letteratura europea tardo ottocentesca e si estendono fino agli albori del secondo conflitto mondiale e oltre. Dai Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, all’uomo della folla, il flâneur del simbolista Charles Baudelaire, alcuni autori di grande raffinatezza intellettuale quali August Strindberg, T.S. Eliot, J.P. Sartre, ma anche Walter Benjamin, James Joyce, D.H. Lawrence, Ferdinand Céline, Franz Kafka, Luigi Pirandello e altri ancora – ciascuno a proprio modo e in una visione critica spesso ferale – elaborano il sentimento di deumanizzazione della società moderna dando forma a un vasto contenitore letterario dai confini incerti, che si definisce con il termine Esistenzialismo, in cui molti temi dei movimenti modernista e crepuscolare possono essere inscritti. A questo ambito appartiene l’idea dell’uomo attraversato da un profondo senso di alienazione e solitudine, testimone di un mondo al suo declino, diviso tra passato idealizzato e presente moderno e disumano.

Il passaggio d’epoca segnato dalla Prima Guerra Mondiale è il luogo temporale in cui l’ungherese Sándor Márai colloca il nucleo retrospettivo del romanzo Le Braci – Le candele bruciano fino in fondo, il titolo originale pubblicato nel 1942 -, un testo legato con filo rosso alla grande tradizione romanzesca, che assieme guarda alla crisi dei grandi miti della società occidentale ed al transito in un “nuovo mondo”, rovente e mefitico inferno tropicale da cui fa ritorno il personaggio Konrad dopo una disonorevole fuga durata quarant’anni. Fredda e assillante invece l’attesa per il generale Henrik, che attende il giorno della rivalsa immerso in un tempo sospeso fino ad un mattino del 1940, quando riceve l’improvviso annuncio della sua visita.
Nei personaggi de Le Braci, le attitudini dei due caratteri opposti legati da antica amicizia – onore, orgoglio e disciplina nella socialità per il soldato Henrik, melancolico temperamento artistico da poeta per il fuggitivo Konrad – rispecchiano valori decaduti tardo ottocenteschi. La questione di fondo qui posta è puramente etica, umana, dove l’elemento destabilizzante della ragione risulta essere la passione contenuta nel desiderio. Bisogna essere coerenti con sé stessi o rispettosi degli altri? Il senso della vita risiede nel legame d’amore che ci unisce a qualcuno. Il disincanto della risposta rende impossibile il rimarginarsi delle ferite. Ma permette di morire pacificati.

“Si può e soprattutto si deve restare fedeli alla passione che ci possiede, anche se questo significa distruggere la propria felicità e quella degli altri?”. “Perché me lo chiedi? Sai che è così”. (da Le Braci)
Sándor Márai e il senso della vita.
“La mia solitudine, il mio destino”. Due uomini alla resa dei conti. Henrik, un anziano militare. Konrad, il suo migliore amico. Due voci risuonano dagli abissi dei loro destini di solitudine. Sono le braci dell’incendio di un mondo che non esiste più; braci non ancora ridotte in cenere, covate sotto i carboni consunti dell’esistenza trascorsa. Sopravvissuti al loro tempo, sono entrambi tenacemente rimasti vivi resistendo stoicamente in una bolla d’attesa, lunghissima, diretta solo al momento cruciale del loro rendez-vous. Vanitas e ricordi sono fumi di ciò che resta dei grandi sentimenti ottocenteschi, idealizzazione dei “legami di parentela spirituale” traditi, ora riposti nelle morte proiezioni dei fantasmi delle loro vite trascorse. L’incomunicabilità si traveste da orgoglio. Brucia il diario di Krisztina, moglie e amante, o del tradimento del principio d’onore. Cosa ne è stato dunque dell’umanità del singolo, di quella età dell’oro anteriore alla Grande Guerra che ne ha segnato la battuta d’arresto, quando la dignità rendeva uomini e la passione ne alimentava i sentimenti? Come candela, la vita deve bruciare fino in fondo. La forza d’immaginazione della morte, in opposizione alla vendetta che tiene in vita, è più poderosa dello stesso vivere, una conclusione non evitata, né cercata, tra coraggiosa attesa e paura del vero, indicibile e umano.
“Due persone non possono incontrarsi neanche un giorno prima di quando saranno mature per il loro incontro.” (S. Márai)
(Lavinia D’Elia)

 

 

CASSANDRA

Dal 23 AL 28 gennaio 2018
CASSANDRA

drammaturgia e regia Laura Angiulli

contributi al testo Enzo Moscato
con Alessandra D’Elia, Caterina Spadaro
interpretazione in canto Caterina Pontrandolfo
musiche originali e drammaturgia del suono Enrico Cocco
impianto scenico Rosario Squillace
luci Cesare Accetta

Cassandra, forse la meno celebrata e più sfuggente immagine del grande affresco della Troia all’epilogo, che nel tramonto di un ciclo storico s’impone sul suo popolo e sugli eventi, ne interpreta con lucida gravità il pericoloso excursus, valuta senza infingimenti l’esatta entità delle forze contrapposte. Essa si sottrae alla massa dolente della schiera al femminile che popola lo scenario offerto dall’ampia famiglia di Priamo; si afferma con inconsueta personalità in un ruolo che, a ben vedere, è innanzitutto politico. Cassandra penetra la verità dei suoi giorni mai piegata, più che altro furente, e va incontro allo spietato destino di schiava e vittima, mentre Troia consuma tra le fiamme la sua dolente epopea.

Le danno voce Alessandra D’Elia e Caterina Spadaro, in equilibrata condivisione con la “rappresentazione in canto” di Caterina Pontrandolfo. Di significativa consistenza la presenza della sezione musicale affidata alla creazione di Enrico Cocco e Angelo Benedetti.
Materiali straordinari sottratti a Eschilo e Euripide, ma anche a Licofrone, l’autore che proprio a questa immagine femminile dedicò l’ALESSANDRA “ un poemetto di esuberanza barocca, ricca di colori, dal lessico ricco e molteplice, che non esclude l’osceno, il volgare, il linguaggio da trivio, da bordello…”. Non meno significativi e pregnanti gli spunti raccolti dall’opera di Christa Wolf, e dal generoso contributo di Enzo Moscato, voce tra le più dense e toccanti della drammaturgia contemporanea.

 

 

Il MERCANTE DI VENEZIA

Dal 12 al 14 e dal 19 al 21 gennaio 2018
IL MERCANTE DI VENEZIA

da William Shakespeare
drammaturgia e regia Laura Angiulli

impianto scenico Rosario Squillace

light designer Cesare Accetta
assistente Flavia Francioso
con
Paolo Aguzzi, Giovanni Battaglia, Michele Danubio, Alessandra D’Elia,
Stefano Jotti, Antonio Marfella, Caterina Pontrandolfo,
Fabiana Spinosa e Antonio Speranza
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Opera straordinaria. Nella leggerezza solo fittizia della fabula tesse il nodo drammatico, che ne attraversa senza soluzione la materia compositiva.
Senza soluzione, si diceva, perché nell’apparente happy ending della vicenda resta aperto con inalienabile amarezza il versante etico dell’opera, sollevando incertezze proprio su quella felicità che nelle conclusioni di una commedia dovrebbe spartirsi fra tutti, e che in questo caso invece lascia aperto sul campo un dibattito impossibile a definirsi sul come -nel rovesciamento dei canoni della logica corrente – il carnefice venga infine a trovarsi vittima.
“IL MERCANTE” è costruzione complessa, e sembra sfuggire a una precisa definizione di genere, perché se è vero che pare muovere con leggerezza tutto quanto attiene al “luogo” Belmonte -isola sospesa nel trascorrere verso il compimento del promesso amore- e all’universo di Portia con tutto quanto ad esso si accompagna
( desiderio, astuzia, travestimento, abilità di portare a buon fine gli eventi..), per contro su altra sponda il sangue è richiamato in un versante di fantasiosa cupezza: è la vena oscura che conduce alla figura-Shylock e al drammatico sviluppo della di lui storia, irrimediabilmente portata a sventura. Né si esclude dal contesto problematico il personaggio-Antonio, sfumato nella velatura dell’amore infelice per l’amico Bassanio, al cui benessere dedica disponibilità ben oltre il suo stesso interesse, fino al rischio della vita.
Scenario d’eccezione Venezia, universo ricco e animato.
Nella tessitura dell’opera, accanto all’episodio del vecchio ebreo, che sembra rappresentarsi come motore stesso della scrittura, convergono segmenti narrativi molteplici, e molteplici sono le figure che complessivamente disegnano un luogo, e soprattutto un mondo fatto di commerci, traffici, scambi, denari e atteggiamenti e culture; che dicono di terre lontane preziose come sete e inebrianti come spezie e aprono suggestioni nell’immaginario dello spettatore: le merci d’Oriente attese allo sbarco nelle rade veneziane si consolidano in tracce di vita concreta, col danaro che fa sentire tutto il suo peso nello sviluppo dei fatti, e che finisce col mercificare ogni situazione o legame, anche quelli dove invece il sentimento potrebbe avere forza e valore.
Al centro della trama –inusuale e geniale invenzione drammaturgica – il “contratto”, accettato per burla e poi veramente giunto alla resa dei conti, che sancisce, quale pena per eventuale mancato soddisfacimento del concordato, una libbra del corpo del contraente Antonio. E’ evidente la distonia fra la modernità che richiama l’organizzazione economica della Venezia rinascimentale di palese impianto capitalistico –così si rappresenta nell’opera fin dalle prime battute – e l’arcaismo del rituale imposto dal contratto. Occorrerà l’abile strategia di Portia alla soluzione del caso: con spregiudicato travestimento si proporrà in funzione di giurista e, invocata invano la mercy dell’ebreo, trascinerà la vicenda in un ambito di capzioso impianto legale, più aderente ai principi della cultura cristiana e all’impianto della giustizia veneziana.
Infine, tra i tanti elementi dell’intreccio, l’amore è chiamato faticosamente in causa; tenta di traghettare la vicenda in acque dall’apparenza più serena, e segna in qualche modo un luogo di riparo estetico nel finale compimento delle nozze, anche a sostegno dell’ipotesi della commedia.

 

 

NUMMERE

Dal 25 al 28 dicembre 2017

NUMMERE
Scostumatissima Tombola Napoletana

di e con Gino Curcione

I premi in palio sono gentilmente offerti da:

Pasticceria Caffé Augustus Napoli, Caffe’ Dell’epoca (peppe)
Chd Cerella Hair & Beauty Store, Effe lounge di Francesco Scherillo
Ennò, Feudi di San Gregorio, FRANPEL, Gioielleria Gentile
Jamon, La Locanda del Grifo, Legacoop Campania
Multicinema Modernissimo, Palazzo Petrucci, Perditempo
Ciro Rapuano L’Artigiano della pizza, Strega Alberti
La Campagnola viatribunali, Viasantiquaranta 38

 

I sogni e gli accadimenti vengono tradotti in numeri che si giocano al lotto, una operazione inversa e complementare avviene con la tombola, dove ai numeri estratti si attribuiscono dei significati, le ‘strologature numeriche’; infatti chi estrae dal ‘panariello’, prima dice il significato del numero, ‘morto che parla’, poi il numero 48. I numeri, a Napoli -sembra ovvio ma è vero- sono tutto: realtà ed irrealtà, sogno e sofferenza, destino e casualità; quando si gioca con i numeri e con la tombola si mescolano filosofia, divinazione, interrogarsi sul futuro del mondo e ricerca della propria e piccola fortuna. Ma quello che rende simpatica l’operazione teatrale è la naturalezza, priva di ogni compiacimento cerebrale, della celebrazione di un rito-gioco dove l’attore e il pubblico si divertono insieme con la vecchia tombola dal sapore antico. L’idea straordinaria è stata quella di teatralizzare il gioco della tombola e di farne uno spettacolo con l’ausilio degli spettatori.

In Nummere, una procace popolana napoletana un po’ maliarda, intesse intorno ai numeri estratti
un’inesauribile fantasmagoria d’invenzioni e trovate. Il suo è un vero happening linguistico che parte dalla neutra astrattezza dei numeri, per tradursi nel più palpitante vissuto dei vicoli (a Natale, soprattutto nei Quartieri Spagnoli): spettacolarizzazione di vita vera e ripetuta.
Gli spettatori, vincitori di ambi, terni, etc., sono convocati sul palcoscenico e sottoposti ad una serie di provocazioni, sberleffi affettuosi, simpatia, travolti dall’esuberanza allegra e malinconica di quest’attore napoletano.

 

A PORTE CHIUSE

 

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Due donne e un uomo, rinchiusi in un salotto per l’eternità. Quel salotto elegante e perbene è l’aldilà, e la loro convivenza è la condanna dopo la morte, perché “l’inferno sono gli altri”. Jean-Paul Sartre scrive A porte chiuse (Huis clos) nel 1944, firmando uno dei capolavori della drammaturgia europea: un serrato dialogo fra tre morti che protraggono la loro pena semplicemente rigettandosi in faccia verità scomode. Una metafora delle relazioni sociali e della stessa identità, formata dalla prospettiva degli altri. Un’intuizione che rimane sempre potente per la sua capacità di descrivere i rapporti umani, e dunque le aberrazioni e forzature del giudizio altrui, anche 70 anni dopo, nell’epoca in cui il “controllo” dell’altro passa impietoso e violento attraverso i media e i social network, definendo un “inferno globale” che è l’ambiente in cui viviamo.
Dopo gli “inferni” di Copi, Elfriede Jelinek, Koltès, Beckett o Pasolini, Andrea Adriatico approda all’opera più esplicita riguardante la pressione sociale come fonte di sofferenza per l’uomo della nostra epoca. E lo fa in una coproduzione che vede coinvolti Teatri di Vita, Akròama T.L.S. e Teatri

 

 

 

28 – 30 novembre 2017

Teatri di Vita, Akròama T.L.S.

A PORTE CHIUSE

ispirato a Jean-Paul Sartre
drammaturgia di Andrea Adriatico e Stefano Casi
regia di Andrea Adriatico
con Gianluca Enria, Teresa Ludovico, Francesca Mazza, Leonardo Bianconi
con l’amichevole partecipazione di Angela Malfitano e Leonardo Ventura

 

 

archivio

 

A PORTE CHIUSE

 

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Due donne e un uomo, rinchiusi in un salotto per l’eternità. Quel salotto elegante e perbene è l’aldilà, e la loro convivenza è la condanna dopo la morte, perché “l’inferno sono gli altri”. Jean-Paul Sartre scrive A porte chiuse (Huis clos) nel 1944, firmando uno dei capolavori della drammaturgia europea: un serrato dialogo fra tre morti che protraggono la loro pena semplicemente rigettandosi in faccia verità scomode. Una metafora delle relazioni sociali e della stessa identità, formata dalla prospettiva degli altri. Un’intuizione che rimane sempre potente per la sua capacità di descrivere i rapporti umani, e dunque le aberrazioni e forzature del giudizio altrui, anche 70 anni dopo, nell’epoca in cui il “controllo” dell’altro passa impietoso e violento attraverso i media e i social network, definendo un “inferno globale” che è l’ambiente in cui viviamo.
Dopo gli “inferni” di Copi, Elfriede Jelinek, Koltès, Beckett o Pasolini, Andrea Adriatico approda all’opera più esplicita riguardante la pressione sociale come fonte di sofferenza per l’uomo della nostra epoca. E lo fa in una coproduzione che vede coinvolti Teatri di Vita, Akròama T.L.S. e Teatri

 

 

 

28 – 30 novembre 2017

Teatri di Vita, Akròama T.L.S.

A PORTE CHIUSE

ispirato a Jean-Paul Sartre
drammaturgia di Andrea Adriatico e Stefano Casi
regia di Andrea Adriatico
con Gianluca Enria, Teresa Ludovico, Francesca Mazza, Leonardo Bianconi
con l’amichevole partecipazione di Angela Malfitano e Leonardo Ventura

 

 

 

MDSLX

26 novembre 2017  

MDSLX  MOTUS 2015

regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

drammaturgia Daniela Nicolò e Silvia Calderoni

suoni Enrico Casagrande

in collaborazione con Paolo Panella Damiano Bagliluci

video Alessio Spirli

 

MDLSX è ordigno sonoro, inno lisergico e solitario alla libertà di divenire, al gender blending, all’essere altro dai confini del corpo, dal colore della pelle, dalla nazionalità imposta, dalla territorialità forzata, dall’appartenenza a una Patria. Di appartenenza aperta alle Molteplicità scriveva R. Braidotti in “On Becoming Europeans”, avanzando la proposta di una identità post-nazionalista. Ed è verso la fuoriuscita dalle categorie – tutte, anche artistiche – che MDLSX tende. È uno “scandaloso” viaggio teatrale di Silvia Calderoni che – dopo 10 anni con Motus – si avventura in questo esperimento dall’apparente formato del

Dj/Vj Set, per dare inizio a una esplorazione sui confini. In MDLSX collidono brandelli autobiografici ed evocazioni letterarie e sulla confusione tra fiction e realtà, oscillando da Gender Trouble a Undoing Gender. Citiamo Judith Butler che, con “A cyborg Manifesto” di Donna Haraway, il “Manifesto Contra-sexual” di Paul B. Preciado e altri cut-up dal caleidoscopico universo dei Manifesti Queer, tesse il background di questa Performance-Mostro. “Il cambiamento necessario è talmente profondo che si dice sia impossibile, talmente profondo che si dice sia inimmaginabile. Ma l’impossibile arriverà e l’inimmaginabile è inevitabile”  – Paul B. Preciado, Manifesto Animalista.

 

 

HAPPY CROWN

 

Una lettura inconsueta che restringe nel chiuso dell’illustre famiglia di regnanti-ripartita fra York e Làncaster, tutti discendenti dal prolifico Edoardo III- l’opera drammatica, le cui vicende attraversano e segnano la storia inglese dell’ultimo decennio del Quattordicesimo secolo.
Riccardo II di York, re a soli 9 anni, fa prova dell’esperienza di governo fino dalla giovanissima età, ma un certo sentimento adolescenziale mai del tutto abbandonato ne frena il compimento in una crescita adeguata al ruolo, e ne brucia in un epilogo di tragica caduta le premesse che si erano proposte con positivi auspici. Egli è fragile nel temperamento, discontinuo nell’impegno, sposo trasgressivo, sovrano disattento alle richieste del popolo e alla solidità dello Stato; si circonda di amici dissoluti, pronti a tradirlo alle prime ombre, per porsi al servizio del nuovo che avanza.
Bolingbroke di Làncaster è l’antagonista, cugino coetaneo del re consacrato, abile organizzatore e gestore di un successo che sarà poi pienamente raccolto. D’altra parte è lo stesso Riccardo a
alimentare le aspirazioni del congiunto e a spianargli la strada, fornendo più di un’attenuante alle sue mire, poiché alla morte del di lui padre gli ha confiscato i beni e l’ha mandato in esilio con
pretestuosi motivi.
Ecco dunque, con acuto tatticismo abilmente posto in atto, l’acquisizione di una posizione di tutto vantaggio da parte di Bolingbroke, che a capo di un folto esercito rientra in patria, acclamato e sostenuto dal popolo e da gran parte dei pari del regno.
Re Riccardo è solo. Dei membri della fastosa famiglia restano in pochi: lo zio Gloucester è staton assssinato –si sospetta, con iniziativa condivisa dallo stesso Riccardo-, il vecchio Gaunt padre di
Bolingbroke è morto. Non c’è che York, zio di entrambi i contendenti, a opporsi alle pretese dell’audace aspirante-espropriatore della sovranità, per il necessario richiamo alle leggi di successione. Ma Bolingbroke vince di netto; il rivolgimento posto in essere nel tessuto sociale di ogni ceto è ormai troppo avanti. L’anziano York è costretto a favorire con artificio giuridico la traslazione del regno nelle mani del nipote Làncaster, e a Riccardo appena trentatreenne tocca in
sorte la fine dei re deposti, assassinati perché sgomberino il campo al nuovo governante. Anche qui, come in altre storie e luoghi d’Occidente, tutto si è compiuto con prevedibile cadenza:
ascesa, fasti, caduta in disgrazia, morte.
Il corpo massacrato di Riccardo, simulacro della sacralità violata, giace ai piedi di Bolingbroke e getta una luce sinistra sul tempo a venire: non ci sarà pace per chi ha raggiunto nel sangue le
altezze della corona, perché in essa si agitano i fantasmi che inquietano le notti e avvelenano i giorni di chi impropriamente l’ha posta sul proprio capo. Il nuovo re è solo; ma di questo l’Autore
farà materia per una successiva opera, specificamente dedicata al tormentato regno di Enrico IV.

 

 

 

17, 18 e 19 novembre 2017

HAPPY CROWN

da Riccardo II di William Shakespeare
drammaturgia e regia Laura Angiulli
con
Paolo Aguzzi, Federica Aiello, Michele Danubio, Luciano Dell’Aglio, Alessandra D’Elia, Stefano Jotti, Gennaro Maresca
scene Rosario Squillace
luci Cesare Accetta

 

 

archivio

 

HISTORIE DU SOLDAT 

 

PEPPE SERVILLO. FOTO DI GIANNI FIORITO

 

Nell’anno finale della Grande Guerra, esule in Svizzera dopo la confisca di tutti i suoi beni a causa della rivoluzione russa, privo di ogni mezzo di sostentamento, Igor Stravinsky, ispirandosi alle fiabe russe di Afanasiev, compose  Histoire du soldat, in collaborazione con lo scrittore Charles-Ferdinand Ramuz, anch’egli profugo.

La vicenda narra di un soldato che, tornato a casa in licenza, viene blandito dal diavolo il quale gli sottrae il violino in cambio di un libro capace di realizzare ogni suo desiderio. In tre giorni tutti i sui sogni si realizzano, ma al risveglio, tornato a casa, si rende conto che sono trascorsi  tre anni, sua moglie si è risposata e il suo posto nel focolare domestico è stato rimpiazzato. Ridiventato povero, il soldato riprende il cammino del profugo, giunge nel regno governato da un re la cui figlia malata sposerà chi sarà capace di guarirla. Con il suo violino, riconquistato al diavolo con uno stratagemma, seduce la principessa che, danzando un tango, un valzer e un ragtime, cade fra le sue braccia. Il tradizionale lieto fine viene tuttavia rovinato dal diavolo che reclama il violino e l’anima del soldato come stabilito dal patto, portandoselo via con una marcia trionfale

 

 

 

10 – 12 novembre 2017

Reggio Iniziative Culturali

HISTORIE DU SOLDAT – Percorso a ritroso tra le due guerre

voce recitante Peppe Servillo

Pathos Ensemble – Silvia Mazzon violino, Mirko Ghirardini clarinetto, Marcello Mazzoni pianoforte

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HISTOIRE DU SOLDAT

 

Nell’anno finale della Grande Guerra, esule in Svizzera dopo la confisca di tutti i suoi beni a causa della rivoluzione russa, privo di ogni mezzo di sostentamento, Igor Stravinsky, ispirandosi alle fiabe russe di Afanasiev, compose  Histoire du soldat, in collaborazione con lo scrittore Charles-Ferdinand Ramuz, anch’egli profugo.

La vicenda narra di un soldato che, tornato a casa in licenza, viene blandito dal diavolo il quale gli sottrae il violino in cambio di un libro capace di realizzare ogni suo desiderio. In tre giorni tutti i sui sogni si realizzano, ma al risveglio, tornato a casa, si rende conto che sono trascorsi  tre anni, sua moglie si è risposata e il suo posto nel focolare domestico è stato rimpiazzato. Ridiventato povero, il soldato riprende il cammino del profugo, giunge nel regno governato da un re la cui figlia malata sposerà chi sarà capace di guarirla. Con il suo violino, riconquistato al diavolo con uno stratagemma, seduce la principessa che, danzando un tango, un valzer e un ragtime, cade fra le sue braccia. Il tradizionale lieto fine viene tuttavia rovinato dal diavolo che reclama il violino e l’anima del soldato come stabilito dal patto, portandoselo via con una marcia trionfale.

 

 

 

10 – 12 novembre 2017

Reggio Iniziative Culturali

HISTORIE DU SOLDAT – Percorso a ritroso tra le due guerre

voce recitante Peppe Servillo

Pathos Ensemble – Silvia Mazzon violino, Mirko Ghirardini clarinetto, Marcello Mazzoni pianoforte