Dal 8 AL 21 gennaio 2018
IL MERCANTE DI VENEZIA

di William Shakespeare

drammaturgia e regia  Laura Angiulli

con Paolo Aguzzi, Giovanni Battaglia, Michele Danubio, Alessandra D’Elia, Stefano Jotti, Gennaro Maresca, Antonio Marfella, Caterina Pontrandolfo, Fabiana Spinosa

scene Rosario Squillace

luci Cesare Accetta

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Opera straordinaria. Nella leggerezza solo fittizia della fabula tesse il nodo drammatico, che ne attraversa senza soluzione la materia compositiva.
Senza soluzione, si diceva, perché nell’apparente happy ending della vicenda resta aperto con inalienabile amarezza il versante etico dell’opera, sollevando incertezze proprio su quella felicità che nelle conclusioni di una commedia dovrebbe spartirsi fra tutti, e che in questo caso invece lascia aperto sul campo un dibattito impossibile a definirsi sul come -nel rovesciamento dei canoni della logica corrente – il carnefice venga infine a trovarsi vittima.
“IL MERCANTE” è costruzione complessa, e sembra sfuggire a una precisa definizione di genere, perché se è vero che pare muovere con leggerezza tutto quanto attiene al “luogo” Belmonte -isola sospesa nel trascorrere verso il compimento del promesso amore- e all’universo di Portia con tutto quanto ad esso si accompagna
( desiderio, astuzia, travestimento, abilità di portare a buon fine gli eventi..), per contro su altra sponda il sangue è richiamato in un versante di fantasiosa cupezza: è la vena oscura che conduce alla figura-Shylock e al drammatico sviluppo della di lui storia, irrimediabilmente portata a sventura. Né si esclude dal contesto problematico il personaggio-Antonio, sfumato nella velatura dell’amore infelice per l’amico Bassanio, al cui benessere dedica disponibilità ben oltre il suo stesso interesse, fino al rischio della vita.
Scenario d’eccezione Venezia, universo ricco e animato.
Nella tessitura dell’opera, accanto all’episodio del vecchio ebreo, che sembra rappresentarsi come motore stesso della scrittura, convergono segmenti narrativi molteplici, e molteplici sono le figure che complessivamente disegnano un luogo, e soprattutto un mondo fatto di commerci, traffici, scambi, denari e atteggiamenti e culture; che dicono di terre lontane preziose come sete e inebrianti come spezie e aprono suggestioni nell’immaginario dello spettatore: le merci d’Oriente attese allo sbarco nelle rade veneziane si consolidano in tracce di vita concreta, col danaro che fa sentire tutto il suo peso nello sviluppo dei fatti, e che finisce col mercificare ogni situazione o legame, anche quelli dove invece il sentimento potrebbe avere forza e valore.
Al centro della trama –inusuale e geniale invenzione drammaturgica – il “contratto”, accettato per burla e poi veramente giunto alla resa dei conti, che sancisce, quale pena per eventuale mancato soddisfacimento del concordato, una libbra del corpo del contraente Antonio. E’ evidente la distonia fra la modernità che richiama l’organizzazione economica della Venezia rinascimentale di palese impianto capitalistico –così si rappresenta nell’opera fin dalle prime battute – e l’arcaismo del rituale imposto dal contratto. Occorrerà l’abile strategia di Portia alla soluzione del caso: con spregiudicato travestimento si proporrà in funzione di giurista e, invocata invano la mercy dell’ebreo, trascinerà la vicenda in un ambito di capzioso impianto legale, più aderente ai principi della cultura cristiana e all’impianto della giustizia veneziana.
Infine, tra i tanti elementi dell’intreccio, l’amore è chiamato faticosamente in causa; tenta di traghettare la vicenda in acque dall’apparenza più serena, e segna in qualche modo un luogo di riparo estetico nel finale compimento delle nozze, anche a sostegno dell’ipotesi della commedia.