dal 29 gennaio al 3 febbraio 2019

una produzione il Teatro coop.

RICCARDO III, invito a corte
da William Shakespeare
drammaturgia e regia Laura Angiulli
Con
Giovanni Battaglia, Alessandra D’Elia e Luciano Dell’Aglio
ambientazione Rosario Squillace
disegno luci Cesare Accetta
Assistente alla regia Flavia Francioso
Illuminotecnica Lucio Sabatino

 

 

 

La storia feudale è una grande scala sulla quale sfila ininterrottamente il corteo regale. Ogni scalino, ogni passo verso l’alto è contrassegnato dal delitto, dall’inganno, dal tradimento. Ogni gradino, ogni passo verso l’alto avvicina al trono o lo consolida… Jan Kott.

Riccardo, quasi un giullare di se stesso.
In continuo gioco con la deformità che ne irrigidisce gli atti (ma è deformità fisica, o non piuttosto specchio di una più profonda distorsione interiore?), Riccardo fa suoi schemi rappresentativi che ne esaltino la propensione alla violenza e al delitto. Nessun imbarazzo in lui, malefico fool.
Egli dichiara di volersi vendicare, coi suoi atti efferati, di quella la natura che l’ha reso «privo di ogni bella proporzione», e fin dalle prime battute rende manifesti, con sconcertante sincerità, i propositi peggiori (eliminerà il fratello Clarence; attenderà con torva speranza la morte di Re Edoardo, altro suo fratello; al fine di mandare in porto progetti inconfessabili sposerà Anna, moglie e nuora di antagonisti assassinati per sua mano…).
È evidente che la concezione di «potere soggiogato all’azione sanguinosa» trova in Riccardo un radicamento che esclude l’etica, e spiega il suo ripiegamento all’orrore del gesto: irrilevante è il valore della vita, schiacciata in un gioco al massacro che elude ogni riflessione sull’atto in sé. Anche quel grido finale, ripetuto e ossessivo, che accompagna la sconfitta e la morte – «Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo..!» – sottolinea la vanità di un successo che si è rivelato effimero, e pare rendere prive di senso l’intero costrutto delle sue riflessioni, così puntigliosamente assecondate di delitto in delitto.
In Buckingham, invece, le motivazioni che ne assecondano la brutalità e l’astuzia di certe scelte appaiono più chiaramente motivate. Nella libertà d’arbitrio del personaggio esse discendono da meditate speculazioni intorno ai concetti di Stato e tenuta del potere, mutuate dalle più moderne dottrine politiche del tempo, le stesse che prendono forma nel De principatibus di Niccolò Machiavelli: nell’evolversi della vicenda, i comportamenti che ne definiscono l’immagine e il carattere rendono esplicito il riferimento a un’idea di governo sostanzialmente laica, spregiudicata, scevra da riguardi per l’etica convenzionale e per quanto vi si connette, che pone lo Stato e la sua solidità strutturale al centro del percorso politico. In questa ottica il delitto, là dove lo ‘statista’ Buckingham giudica indispensabile condividerlo nei suoi fini ultimi, non si configura come un esercizio di disinvolta ‘macelleria’, ma come scelta funzionale al bene comune.
Ne dobbiamo dedurre che, nell’ottica di Buckingham, l’eventuale governo di Riccardo – maturo negli anni e nelle esperienze – può dare garanzie di stabilità ben più forti di quelle che ci si potrebbe attendere dall’insediamento del giovanissimo Edward.
I personaggi femminili:
belle e terribili, e tuttavia vittime di una storia che concretizza nell’assassinio il suo farsi. Non sanno sottrarsi al fascino del ruolo regale, che percepiscono secondo una sorta di religiosità quasi primitiva, estrema. Al fine di raggiungere quello status cui rivolgono insensate aspettative, finiscono per mettere in gioco se stesse e il proprio destino, attirate nelle trame di un successo tanto perverso quanto rovinoso.
Su tutte si eleva Margherita, figura possente, depositaria maestosa dell’idea di regalità. Piagata, lacerata ma mai asservita, brandisce come un’arma la furia dolorosa che la agita, eppure tra le invettive (un singolare saggio di complicità fra donne) sa trovare parole di perdono e comprensione per le sue nemiche, alle quali si sente unita dal comune strazio per la maternità umiliata.
Un’opera straordinaria che trabocca di passione e dolore.[Laura Angiulli]